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lunedì 4 novembre 2019

RUBRICA "PAROLE IN PILLOLE": ASCOLTO.

“Ascoltare le tue parole mi fa capire tante cose” 
“Se hai bisogno, io sono qui per ascoltarti” 
“ Se mi ascoltassi qualche volta, faresti meno errori” 
“ Ascolta te stesso” 
“Vorrei che per una volta qualcuno mi ascoltasse” 
“Basta! Non ti ascolto più” 
“Non ho bisogno di consigli, solo che mi ascolti” 
“Ascoltami” 
“L’ascolto di quella musica mi riporta indietro nel tempo”
Molti dei nostri problemi nascono, come si capisce da questo elenco di domande relative a casi vissuti e narrati nel corso del lavoro di consulenza, dal fatto che non sappiamo o non vogliamo ascoltare anche quando pretendiamo di comunicare… ma ascoltare è l’inizio della comunicazione e prevede attenzione nei confronti dell’altro. 

Che cosa SI COMUMICA? 

Ascoltare comunica disponibilità, interesse, comprensione, stima, voglia di stare insieme, accudimento dell’altro tanto che nel counseling sentirsi ascoltati dal consulente è già un modo per stare meglio. 
Sapere ascoltare richiede discrezione, pazienza, attenzione e misura. Non interrompere e provare interesse così come dosare i propri interventi. Soprattutto l’ascolto non deve essere distratto, ovvero un ascolto prestato o concesso mentre si è intenti a fare altre cose perché l’ interlocutore potrebbe subirne frustrazione e irritazione: “ Ma mi stai ascoltando ?!” 
Ascoltarsi parlare è diverso dall’ascoltarsi: il primo è l’ascolto narcisistico di chi si autocompiace; il secondo è tipico di chi teme il giudizio degli altri e tenta di autogiudicarsi. Ben diverso è ascoltarsi per entrare in contatto con le proprie emozioni raggiungendo una maggiore consapevolezza: questo è un esercizio utile al raggiungimento dell’equilibrio emotivo di cui avremo modo di parlare. 
Ascoltare il proprio corpo è la forma di ascolto più consapevole, quella che richiede maggiore concentrazione e autocontrollo perché il corpo si fa sentire con disturbi di varia entità che possiamo e dobbiamo percepire nella giusta misura: per alcune persone avere una cefalea è segno di stanchezza, per altre potrebbe essere segno di un tumore al cervello. Sottostimare o sovrastimare un sintomo non serve se non a farci capire che dobbiamo riarmonizzare la comunicazione col nostro corpo.

Ti aspetto, al prossimo appuntamento per alcuni suggerimenti che potrebbero aiutarti a MIGLIORARE LA TUA CAPACITÀ D’ASCOLTO A TUTTI I LIVELLI!

Silvia De Luca counselor
tel. 370.3098866
e-mail: silviajoledeluca@gmail.com

lunedì 28 ottobre 2019

RUBRICA "PAROLE IN PILLOLE" - Presentazione

“Parole in pillole” è una rubrica che periodicamente ti guiderà ad usare le parole nel modo giusto al momento giusto per migliorare la tua comunicazione ed i tuoi rapporti interpersonali. 
E’ chiaro che non si tratta di misurare le parole ma di farne buon uso, d’intessere uno scambio (dialogo) basato approssimativamente per il 40% sul tono della voce, per il 35% sulla gestualità e solo per il 20% sulle parole dette: il “come” ed il “cosa” si dice viaggiano, dunque, su binari paralleli ma la forma sembra avere un potere superiore allo stesso contenuto al punto che , quando diciamo all’altro “Ti voglio bene”, l’altro può percepire dal tono della voce (il come) la sincerità o la disaffezione celata nelle parole (il cosa). 
Un po’ come nel linguaggio musicale in cui parole e musica s’intersecano per dare l’armonia della melodia, allo stesso modo parole e tono di voce ci trasmettono sensazioni e messaggi differenti che finiscono con l’influenzare moltissimo le Relazioni con conseguenze reali sul tipo di rapporti che andiamo a stabilire…proprio come nell’esempio di “Ti voglio bene”. Purtroppo, nel caso della specie Homo Sapiens e quindi nel caso della nostra Umanità, la comunicazione in arrivo è anche fortemente influenzata dai nostri modelli di pensiero e dalla domanda incessante: “Ma cosa voleva dirmi veramente?”; è proprio così che si apre l’ampia gamma delle interpretazioni che ci fa amare, odiare, dubitare, recriminare. 
E non è sempre detto che “parlarne” sia una scelta positiva per il prosieguo della relazione. Perché? Per il semplice fatto che molto dipende da “come si parla” , tanto che a volte è preferibile il silenzio ad un uso improprio delle parole che è capace di provocare malintesi, controversie e purtroppo anche tanta sofferenza generando quelli che si chiamano disturbi della comunicazione. Per comunicare in modo efficace e vero, bisogna cioè comunicare bene e cioè nel modo più adatto al momento e alla situazione che ci si presenta e tenendo sempre presente l’obiettivo che s’intende raggiungere: ecco perché, alle volte, è preferibile il silenzio come forma di comunicazione. A tutti i livelli, quindi, la comunicazione deve essere semplice e nitida ovvero priva di fraintendimenti e ambivalenze: nella coppia, in famiglia, sul lavoro, nella società. Con una parola i può salvare e si può distruggere una qualunque relazione sia individuale che collettiva. Pensiamo ai grandi comunicatori della Storia che hanno usato la comunicazione (forma e contenuti) per indirizzare gli eventi nel bene o nel male. 
Comunicare bene significa implicitamente “comunicare il Bene” e cioè comunicare in modo da creare relazioni autentiche e leali, relazioni che ci fanno stare bene! 
Questa Rubrica nasce dal desiderio di stabilire con voi un filo diretto attraverso la rete sul valore della buona comunicazione che va oltre il significato delle “parole”.

Silvia De Luca counselor
tel. 370.3098866
e-mail: silviajoledeluca@gmail.com
https://www.kang.it/coaching/psicologia/silvia-counselor

lunedì 21 ottobre 2019

7 CONSIGLI PER COMBATTERE L'INDIFFERENZA

Continuo a seguire Paoletta in consulenza nei suoi voli pindarici tra parole non sense e ricerca continua di soluzioni e rassicurazioni con la consapevolezza che Paoletta ha ragione… perché ha le sue ragioni. Certo, non ha ragione la sua aggressività, la sua origine nascosta; ma ha ragione il suo comportamento chiuso, timoroso, confuso.. Vediamo di spiegarci meglio con i consigli di questa settimana per combattere l’Indifferenza! 

• Ricomincia a rischiare, scendendo in campo: è nella vita reale che puoi mettere in discussione le tue convinzioni e trovare la soluzione a un problema, qualunque esso sia; 
• Esercita l’antica virtù di guardare negli occhi il tuo interlocutore con gentilezza, mitezza e tenerezza: servirà a metterlo a suo agio e a fargli sentire il tuo “calore”; 
• Parla sinceramente, parla per il tuo interlocutore, parla con il “cuore”: servirà a fargli sentire la tua predisposizione al dialogo e all’inclusione; 
• Fai gesti di prossimità capaci di elicitare, e cioè far emergere, la parte nascosta del tuo interlocutore: se ti è possibile, ed entro certi limiti, utilizza il tuo corpo e la tua gestualità per rassicurarlo; 
• Se ti è possibile vivi una vita più comunitaria e meno social, cercando di flettere la vita virtuale a quella reale (affronta di persona gli eventi pubblicati e condivisi sui Social e non accontentarti di una partecipazione virtuale): ritorna a metterci la faccia e le tue emozioni! 
• Se ti è possibile, entra in compartecipazione: scegli un gruppo la cui mission condividi ed impegnati anche a difenderla; 
• Occupati della tua fede politica e, se non ne hai una, cerca di avvicinarti alla politica e alla cittadinanza attiva: sarà molto utile per la comprensione delle tue ed altrui ragioni.

        
Se vuoi che l'altro comprenda l'importanza di averti vicino e s'interroghi sul tuo posto nel mondo, comincia ad accorciare la distanza!

Silvia De Luca counselor
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lunedì 14 ottobre 2019

AUTISMO: TRA ORIGINE NASCOSTA E COMPORTAMENTO EVIDENTE

UN CASO DA RACCONTARE 

“Silvia, lo sai cosa è successo ieri?” Ed io:” Cosa è successo Paoletta?” Eh, adesso te lo racconto! Ieri papà si è molto arrabbiato e mi ha detto che se non la smetto di farmi del male, di graffiarmi e di mordermi; di fare del male a lui e agli altri, non mi porta più in ufficio da lui perché in ufficio ci sono le persone e non posso fare le fesserie” “Ma, secondo te, papà ha fatto bene a dirti questa cosa?” “Si, un po’ si” “E perché ha fatto bene?” “Perché le fesserie come mordere, sputare, dare i calci, graffiare non si fanno!” “E perché non si fanno?” “Non lo so…”. 
Il caso di Paoletta, questa settimana, ci tocca il cuore e ci riguarda un po’ tutti, chi più … chi meno. Perché Paoletta, a causa della sua forma di Autismo, gioca a fare la bambina e vive in una società sempre più ripiegata su se stessa, per certi versi egoistica ed individualistica; una società anch’essa, a suo modo, “autistica”.

PARLIAMONE 

Vi siete mai chiesti qual è il confine tra la normalità e l’anormalità? E, soprattutto, quale sia la migliore definizione della normalità? E’ davvero molto difficile parlando di esseri umani, o meglio, di persone e spesso il rischio che si corre è dare definizioni da manuale mentre la vita vera è un’altra faccenda! Soprattutto si è soliti mettere in relazione la normalità con la funzionalità e con la qualità degli obiettivi da raggiungere mentre la Natura, come fa con i suoi colori, ci offre un ventaglio di possibilità; una vasta gamma di modi di pensare, agire, funzionare e, perché no, amare. Qui, per amore, non s’intende solo il complesso delle strategie atte al raggiungimento dell’oggetto d’amore, ma s’intende anche la predisposizione innata, o acquisita, a provare il senso dell’Altro; ad immedesimarsi per comprendersi, ad immaginare l’altro oltre i suoi limiti e le sue paure. Difficile? Si, molto; ma, al tempo stesso, possibile e gratificante! Se appare arduo per un normale imparare ad amare nella società delle vite finte in cui viviamo, immaginiamoci però cosa può voler dire per Paoletta imparare ad interagire con qualcuno, cosiddetto normale, che non sa più cosa sia il vero amore perché ha lentamente sostituito la comunicazione affettiva con la comunicazione eterea ed anaffettiva; gli sguardi reali con le fotografie, le parole con il culto dei muscoli e con un cervello asfittico; l’Altro con un altro sé! Ma quale Sé? Forse uno molto simile a quello di Paoletta? La chiusura di Paoletta nel proprio scrigno di incomunicabilità potrebbe essere una reazione protettiva alla sua paura (patologica) di affrontare l’egoismo totale (fisiologico) di una società che, senza rendersene conto, produce soggetti autistici perché è essa stessa autistica ? Al punto che Paoletta mette fuori reazioni aberranti e antisociali, come l’aggressività, senza rendersene conto perché sente di doversi difendere da una società indifferente ed intenzionalmente resistente ? 

Non mancare al prossimo post, quello di lunedì prossimo, in cui troverai consigli utili per imparare a vincere l’Indifferenza… 
Nel frattempo, puoi riflettere commentare e, soprattutto, farmi domande sul Tema trattato in questo post. Ci servirà a costruire una comunicazione molto efficace.
Mentre se volessi parlarne direttamente con me, puoi richiedere una consulenza attraverso uno dei canali a tua disposizione o utilizzando il form della sezione CONTATTI!

Silvia De Luca counselor
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lunedì 7 ottobre 2019

5 CONSIGLI PER IMMEDESIMASI NELL'ALTRO

I miei consigli di oggi, ispirati al caso di Maddalena ed Emanuela, nomi di fantasia per persone reali, spero vi aiutino ad immedesimarvi nell’altro e a comprendere le ragioni che stanno alla base del suo comportamento, anche quando queste ragioni hanno influenzato la vostra vita ed il vostro modo di percepire voi stessi, il vostro corpo, le vostre relazioni interpersonali, i vostri progetti.
  • Immedesimarsi è un atto di grande riflessione e richiede attenzione e pazienza: dovete sforzarvi di arrivare alle ragioni dell’altro… un po’ come fa l’attore col suo personaggio
  • Dovete imparare ad usare un importante e sofisticato strumento capace di portarvi dalle ragioni ai sentimenti dell’altro, alle sue emozioni…questo strumento si chiama empatia e richiede che vi conosciate profondamente
  • E’ necessario rilassarsi per entrare in risonanza con l’altro, godere di un buon equilibrio corpo-mente capace di controllare i bisogni del proprio Io a vantaggio della relazione con l’altro
  • Pensare e ripensare alle proprie ragioni e alle proprie emozioni non vi porta all’immedesimazione e al superamento della paura dell’altro ma vi inchioda nei nostri freni psicologici, nei vostri miti e nei vostri tabù
  • L’esercizio del corpo e della creatività aiuta ad accordare le nostre istanze emotive e razionali con quelle dell’altro e a raggiungere un’armonia nelle differenze
Immedesimarsi nell'altro richiede innanzitutto un faticoso ma indispensabile lavoro di comprensione di noi stessi anche quando l'altro è parte integrante di noi...

Silvia De Luca counselor
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lunedì 30 settembre 2019

TI SEI MAI CHIESTO DOVE E QUANDO NASCE LA RELAZIONE GENITORI FIGLI?

UN CASO DA RACCONTARE

“Solo dopo qualche giorno dalla tua nascita, tenendoti tra le braccia, ti accettai e m’innamorai di te. Per tutti i 9 mesi della mia gravidanza, cercai di non pensarti, di vivere la mia vita come se tu non ci fossi e di non parlare di te. Ho vissuto nella paura di dover rivelare ai miei genitori che ero incinta, nonostante tuo padre ti desiderasse ed il nostro fosse un rapporto consolidato. Poi ho capito: non ti volevo perché dovevo sacrificare molto di me e della mia carriera; ed inoltre, eri anche una bambina”
Il caso di oggi può apparire sconvolgente e, per certi versi, lo è. E’ la storia di Maddalena e di Eleonora, sua figlia, una bambina indesiderata, una bambina che per quasi 6 mesi vive ignorata nel grembo materno.

PARLIAMONE

Come è possibile che una bambina viva per 9 lunghi mesi nel limbo del corpo materno, in quella stanza superconfortevole chiamata Utero senza entrare in relazione con chi volontariamente o involontariamente le ha permesso di accedervi? Nulla accade per caso e, anche quando è il caso a far accadere le cose, la Relazione s’impone. Ciò significa che non si può non comunicare! Si comunica con le parole, con i gesti, con carezze e porte sbattute, con le emozioni emerse e con quelle represse. Si comunica attraverso le Sinapsi e si comunica attraverso il silenzio.
Ma se la comunicazione nella vita extrauterina ha in se i suoi canali più o meno efficaci che rendono la nostra vita di relazione più o meno serena ed appagata; vi siete mai chiesti se esiste una relazione nella vita intrauterina e quali canali di comunicazione utilizza? E soprattutto, vi siete mai interrogati sull’istante spazio tempo in cui il contatto cellulare diventa contatto sociale e fa di noi soggetti recettivi? Ebbene, il fenomeno della sintonizzazione degli affetti è presente fin dalla vita intra-uterina del bambino 


Nella storia della complessa relazione tra Eleonora ed i suoi genitori, il rapporto sviluppatosi durante la vita intrauterina tra lei e sua madre attraverso il cordone che le teneva unite, ha condizionato il suo venire al mondo in circostanze insolite e rischiose per la vita di entrambe ma anche il seguito e l’inizio della sua vita nel mondo. Le difficoltà nel riconoscimento del ruolo di figlia, la difficoltà nella comunicazione dei bisogni, la difficoltà nella richiesta d’aiuto tutte le volte che quell’ “utero”, trasformato in società, la faceva sentire rifiutata e …ignorata. La realtà di Eleonora è ben diversa da quella che lei percepisce oggi: i suoi genitori oggi non le fanno mancare amore, conforto, solidarietà e condivisione ma il percorso di affermazione di se e di autodeterminazione che ha fatto con me è stato ed è un percorso di riprogrammazione esistenziale che ha origini lontane. Io e lei abbiamo ricreato le condizioni che un tempo le generarono disagio e dolore in un gioco di ruolo che è riuscito a mobilizzare le emozioni di entrambe, in un’interazione creativa e riprogrammante nella quale Emanuela ha rivestito il ruolo di sua madre ed io il suo.
Il role playing, il gioco di ruolo, è uno strumento esplorativo che mi capita spesso di utilizzare nell’indagine che svolgo sulla situazione attuale del mio Cliente: nel corso delle sue osservazioni cliniche e sociologiche, lo psichiatra austriaco J.L. Moreno mise in pratica questa fondamentale tecnica da lui stesso introdotta e poi utilizzata in diversi ambiti, primo fra tutti lo psicodramma.
E’ stato molto importante per Emanuela drammatizzare, cioè entrare nel ruolo di sua madre e vivere le sue emozioni per cercare di comprendere le motivazioni che potevano essere state alla base del suo modo di relazionarsi con lei ed è stato molto bello per lei, ed anche per me, che interpretavo il ruolo di Maddalena, riconoscere che la difficoltà non era legata ad una mancanza d’amore ma all’incapacità di riconoscersi nel ruolo di mamma e di assistere a quelle trasformazioni psicofisiche che ogni donna subisce con la gravidanza (continua)

Non mancare al prossimo post, quello di lunedì prossimo, in cui troverai consigli utili per imparare ad immedesimarsi e a passare nei panni dell’Altro …
Nel frattempo, puoi riflettere commentare e, soprattutto, farmi domande sul Tema trattato in questo post. Ci servirà a costruire una comunicazione molto efficace!

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lunedì 23 settembre 2019

CONSIGLI PER ALIMENTARE LA COMUNICAZIONE REALE

Francesco e Loredana, i protagonisti del caso che vi ho raccontato la scorsa settimana, e che come ogni volta sono nomi di fantasia per rappresentare il vissuto di persone reali; sono una coppia in stato di disagio che ha avuto il coraggio d’intraprendere un percorso di counseling, prima che il loro disagio degenerasse in una vera e propria psicopatologia: IAD per lui, PTSD per lei, due brutte conseguenze della mancanza di comunicazione reale.
Ecco i miei consigli per cercare di alimentare la comunicazione reale a tutti i livelli:
  • Non colpevolizzate l’uso della tecnologia digitale se nella vostra vita di relazione, a qualunque livello, non riuscite ad ascoltare, dialogare, empatizzare: se usata bene e nella giusta misura, questa tecnologia è al vostro servizio per facilitarvi la vita ma non è la vostra vita;
  • Sforzatevi d’individuare le ragioni della mancanza di comunicazione reale e chiedete a voi stessi che cosa emerge di voi nel virtuale che viene trattenuto nel reale? E soprattutto perché;
  • Non pensate che LA RETE sia un gioco, perché in rete è tutto vero! La rete è comunque un luogo in cui esistiamo ma non allo stesso modo che in un luogo reale;
  • Prima di chattare o postare, riflettete per almeno qualche secondo sull’uso delle vostre informazioni visto che le parole, come le immagini, raggiungono persone reali;
  • Le parole, nel virtuale come nel reale, hanno delle conseguenze: tenetene conto;
  • Selezionate le idee da condividere rispetto agli argomenti che conviene non discutere in ambienti virtuali.
E per finire, ricordate che, nel reale come nel virtuale, rimanere in silenzio non significa non comunicare!

Silvia De Luca counselor
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lunedì 16 settembre 2019

AMORE ON LINE: LE NUOVE FRONTIERE DEL CORTEGGIAMENTO NELL’ERA DI INTERNET

UN CASO DA RACCONTARE

Non ho provato emozioni e sentimenti, te lo giuro. Mi sono fatto prendere dalle parole e dal fatto che potevo dirle tutto quello che mi porto dentro mentre con te mi sento sempre giudicato! Alla fine è stata solo una storia di sesso. Io amo soltanto te!”
Le parole di Francesco, il protagonista del caso di questa settimana, possono essere pietre, macigni per Loredana, una moglie che improvvisamente si è sentita crollare il mondo addosso. Ma quale mondo?

PARLIAMONE

Oggi partiamo da una reminiscenza letteraria, una di quelle che fanno molto pensare. Carlo Levi, in: Le parole sono pietre (ed.Einaudi)descrive così il dolore di una donna che ha perso suo figlio assassinato dalla mafia : “…le lacrime non sono più lacrime ma parole e le parole sono pietre”.
Le parole, quelle che non utilizziamo quasi più, sempre più contratte e abbozzate, abbreviate per rimandare ogni vero discorso a tempi migliori; quelle che spendiamo sempre meno nella comunicazione reale per paura di essere deprivati del tempo e, quel che è peggio, delle nostre più intime emozioni; le parole che non vogliamo più cercare perché c’impegnano nella cura dei bisogni dell’altro, nella sua comprensione ed individuazione; le parole non dette, appunto, possono diventare in altre circostanze un potente strumento di suggestione e di coinvolgimento ipnotico dell’Altro; ed in generale di colui che custodisce in se stesso un grande bisogno di comunicare.
Perché, in ogni era e ad ogni età, comunicare è stato un bisogno primario che, in Homo Sapiens Sapiens, ha motivato l’evoluzione e ne ha rappresentato la spinta procreativa e rigenerativa. In un saggio intitolato: Sopravvivere all’evoluzione – Adattamento e psiche umana (ed. libreriauniversitaria), lo psicologo psicoterapeuta Mario Papadia afferma che l’evoluzione biologica non è un terminata per l’essere umano, e con essa la selezione naturale, ma afferma anche che l’evoluzione degli esseri umani contemporanei non è più principalmente di ordine biologico perché “…le trasformazioni tecnologiche e culturali predominano e hanno la meglio su quelle biologiche, al punto che vanificano gli effetti della selezione naturale”.
E allora, se Homo Sapiens diventa sempre più sapiens, che fine fa la comunicazione reale a cominciare da quella cellulare, ormonale, emozionale e pulsionale? Che fine fanno la comunicazione finalizzata alla procreazione ed il desiderio?
Per Francesco e Loredana, le parole sono state sempre più sostituite da interminabili silenzi interrotti da intermittenze, suoni allertanti e short message system (SMS), propri di un mondo virtuale in cui le parole vive e piene di desiderio e di fisicità, hanno ceduto il posto a parole vuote e senza corpo.
Di quale mondo stiamo parlando? Del cosiddetto mondo on line, che, con tutti i suoi meriti legati alla velocità d’informazione e di contatto; pone Homo Sapiens Sapiens difronte al grosso limite della comunicazione virtuale, una comunicazione nella quale l’accesso alle emozioni e ai sentimenti è filtrato dallo schermo ed ogni espressione degli stati d’animo finisce col diventare impersonale e “dissociante”, pur nel coinvolgimento reale dei soggetti comunicanti. Non si tratta, dunque, di esperienze fantastiche e navigazioni immaginarie, né di proiezioni della mente, ma di una nuova forma di dialogo e di coinvolgimento emotivo ed affettivo che può condurre, com’è accaduto a Francesco e Loredana, prima al tradimento on line e poi al tradimento reale, il tradimento off line. Fa pensare come il tradimento abbia comportato la compromissione della loro relazione matrimoniale e l’insorgenza di un senso di prostrazione ed abbandono in Francesco che lentamente è scivolato nello IAD (Internet Addiction Disorder) cioè quella dipendenza patologica dalla rete di cui ha parlato per la prima volta Ivan Goldberg, famoso psichiatra statunitense; e abbia condotto, invece, Loredana verso una forma depressiva molto simile alla PTSD (Disturbo Post Traumatico da Stress) che altro non è stata se non la sua reazione reale al tradimento subito, un vero e proprio lutto da elaborare. 
(continua)

Non mancare al prossimo post, quello di lunedì prossimo, in cui troverai un elenco di consigli utili a prevenire la Dipendenza Patologica dalla Rete.
Nel frattempo, puoi riflettere commentare e, soprattutto, farmi domande sul Tema trattato in questo post. Ci servirà a costruire una comunicazione molto efficace!

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lunedì 9 settembre 2019

5 CONSIGLI PER PREVENIRE E AFFRONTARE I DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE

Hilde Bruchla psichiatra statunitense che più di tutti ha studiato la base psichica dell’anoressia mentale e di tutti i disturbi e disordini del comportamento alimentare, sosteneva che “le esperienze precoci sbagliate turbano la capacità di riconoscere le sensazioni di fame e sazietà e di distinguere la fame e lo stimolo del mangiare da altri segnali di malessere che nulla hanno a che fare con la privazione del cibo”.
Da questo dogma della Bruch, scaturiscono i miei consigli per la prevenzione e il contenimento dei DCA (Disturbi Comportamento Alimentare) che, vi ricordo, insorgono prevalentemente tra i 15 ed i 18 anni con maggiore frequenza nelle femmine benché, negli ultimi anni l’età d’esordio si sia abbassata a 8-10 anni e riguardi anche i maschi.
  • Assicuratevi sempre il dialogo e ravvivatelo a cominciare dall’età preadolescenziale: i ragazzi hanno bisogno di sentirsi ascoltati e rassicurati dalla famiglia. E’ molto interessante osservare quello che succede a tavola e imparare, da adulti e genitori, a distinguere i capricci, le paure passeggere e i gusti alimentari dei ragazzi dai sintomi di un disagio alimentare;
  • Impartite una buona educazione alimentare e quindi: mangiare in modo regolare per quantità e qualità degli alimenti; ed anche per modalità (non in piedi, non di fretta, non in disordine) se possibile coinvolgendo i più piccoli anche nella preparazione del pranzo e della tavola;
  • Scandite i momenti della giornata dedicati ai pasti, con orari regolari e scegliendo bene le pietanze;
  • Ricordatevi che il cibo non è un mezzo per sfogare la proprie emozioni ma dovrebbe sempre essere associato al buon umore , scegliendo i colori e le forme più consoni nella realizzazione delle pietanze, specialmente se a casa avete i bambini;
  • Cercate di vivere e mangiare all’aria aperta facendo attività fisica e sport, specialmente con i bambini senza però insistere molto sull’aspetto estetico perché sport e alimentazione sana sono sinonimi di benessere non di perfezione.
"Ogni persona con DCA trova la via d'uscita se riconosce di esere la sua porta e di potersi attraversare" (Mia Graziano).

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lunedì 2 settembre 2019

LA PREVENZIONE DEI DISTURBI ALIMENTARI COMINCIA DALL’ASCOLTO

UN CASO DA RACCONTARE

“Mangio quello che mi basta… per vomitare”

Il caso di Giulia è uno di quelli che ricorderò per sempre, per l’intensità delle emozioni che ho provato e per l’impegno che ci abbiamo messo, Giulia ed io, per entrare in contatto e trovare la giusta sintonia; per riuscire a superare gli steccati del pregiudizio e del giudizio; perché Giulia trovasse la forza di guardare il suo problema con il giusto distacco e di chiamarlo per nome: Anoressia nervosa.

PARLIAMONE

Per Giulia è stato sempre molto difficile riuscire a pronunciare il nome della sua malattia. A quasi trent’anni, riconsiderare la possibilità di affrontarla con lo strumento della consapevolezza e del counseling, ha significato per lei guardare non solo l’aspetto clinico dell’anoressia ma le sue diverse facce; i tanti volti, tra persone e situazioni, che l’hanno condotta al suo stato di deperimento psicofisico e, quel che è peggio, al suo disagio esistenziale. Secondo la Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU), per comprendere profondamente i problemi nutrizionali ed i disturbi alimentari, è necessario maturare e perseguire un approccio multidisciplinare e olistico nei confronti della persona umana poiché la nutrizione è il risultato di una sinergia tra l’aspetto biochimico – fisiologico, l’aspetto cognitivo - comportamentale, l’aspetto clinico e l’aspetto sociopolitico – economico. Un disturbo alimentare come quello che ha interessato Giulia sin dall’adolescenza, va dunque inquadrato innanzitutto come “un caso d’ascolto negato”, che è stato poi dalla società medicalizzato e trasformato in malattia, spostando l’attenzione da Giulia al cibo, ai farmaci che Giulia quotidianamente prendeva e, ai tanto propagandati, rimedi alternativi che provengono da familiari e conoscenti. Ho cercato, durante il tempo della consulenza, di responsabilizzare molto Giulia, riportando il focus su di Lei; facendola sentire importante e al centro del problema che la deprimeva e consumava; stimolandola a cercare in sé e non fuori di sé l’origine di quel trauma chiamato anoressia. Un giorno mi disse: “ A me però piace spezzettare il cibo per timore di strozzarmi e farlo tanto piccolo che poi non lo mangio più perché mi passa la fame”, oppure, “Mangio e sputo nel mio piatto per disgustarmi e poi vomitare”; io le chiesi se, secondo lei, ciò accadesse perché preferiva alcuni cibi ad altri: in tal caso, sarebbe bastato, come fanno i dietisti, togliere quegli alimenti dalla sua dieta e tutto si sarebbe risolto! Giulia, però, si inibì; la prospettiva evolutiva che avevo adottato la turbò perché, anziché essere compatita e deresponsabilizzata, si sentì ascoltata ed interrogata sul bene più prezioso: la sua salute. Questo è anche il punto di vista di Valeria Balboni in Evoluzione ed evoluzionismo. E’ pur vero, come sosteneva Anassagora, che nel cibo esistono dei principi che vengono assorbiti dal corpo umano e usati come componenti "generativi", capaci di dare vita ed energia; ma è di sicuro molto più gratificante sapere che, se la persona è sana, proprio come Giulia, non è portata a soddisfare solo bisogni primari ma a vivere la vita in pienezza.

Per oggi è tutto. Avete domande e osservazioni? Lasciate un commento a questo post oppure inviate un messaggio privato utilizzando l'apposito form che trovate nel blog.
Vi do appuntamento a lunedì prossimo per approfondire questo argomento con 5 utili  consigli.

Silvia De Luca counselor
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lunedì 26 agosto 2019

5 CONSIGLI PER MIGLIORARE IL RAPPORTO COL TUO CORPO

Lunedì scorso abbiamo parlato di Stefania e del suo non facile rapporto con lo specchio (clicca per rileggerlo). Un caso che ci esorta a riflettere sulla possibilità di riprogrammare una relazione affettiva (quella con un genitore o una figura d’accudimento fondamentale) che ha ripercussioni nella relazione con se stessi e con la propria immagine.
Qualora sentiste Stefania particolarmente vicina a voi, vuol dire che il suo disagio merita di essere “ascoltato”… .
Cosa ho consigliato a Stefania per imparare a gestire il suo disagio:
  • Pensa sempre che il tuo corpo e la tua mente non crescono con lo stesso ritmo: ciò significa che, nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza, il corpo cresce più velocemente della mente che, invece, con più difficoltà si adatta al cambiamento. Bisogna, pertanto, che tu ti conceda il tempo necessario per lo sviluppo psicofisico senza farti prendere dalla fretta di diventare adulta/o;
  • Tieni sempre presente che l’immagine, vista nello specchio, non è una fotografia del nostro corpo ma una costruzione personale e soggettiva in continuo divenire: durante l’adolescenza, cioè, la nostra immagine cambia nel tempo; e con essa anche la percezione che hai di te stessa;
  • Circondati di persone positive (amici, genitori, insegnanti, programmi TV e multimediali, etc) perché saranno fondamentali per permetterti d’interpretare il tuo cambiamento che, oltre che nel corpo, si manifesterà nel tipo di relazioni affettive che andrai a stabilire, prima fra tutte la relazione con te stesso e con l’altro sesso; l’adulto prescelto, non solo il genitore, può diventare mediatore del tuo disagio se con lui stabilisci un rapporto di fiducia;
  • Impara a rilassarti con tecniche di rilassamento appropriate e di respiro: ogni scelta è più giusta se fatta quando si è rilassati;
  • Pratica la Mindfulness, per migliorare la conoscenza di te, del tuo corpo e delle tue capacità interiori ed esteriori.
E poi ricorda che: chi non vive l'adolescenza non diventa mai grande!

Se hai domande o vuoi dire la tua, lascia un commento a questo post.


Silvia De Luca counselor
tel. 370.3098866
e-mail: silviajoledeluca@gmail.com
https://www.kang.it/coaching/psicologia/silvia-counselor

lunedì 19 agosto 2019

LA PERCEZIONE DEL CORPO NEGLI ADOLESCENTI PASSA ATTRAVERSO GLI OCCHI

UN CASO DA RACCONTARE

“Guardarmi allo specchio…? Magari!”

Con queste parole, vi presento la protagonista del Caso di questa settimana che ho ribattezzato Stefania: una ragazza di 16 anni che ho avuto la fortuna d’incontrare, coccolare e soprattutto orientare in un difficile momento della sua giovane età; un momento, chiamato Adolescenza, in cui la percezione della realtà interna (ed interiore) finisce col confondersi con quella della realtà esterna (ed esteriore) creando una sovrapposizione e, alle volte, una confusione di istanze e priorità. In un suo bellissimo saggio, il sociologo della famiglia Sgritta afferma indelebilmente,  sebbene  paradossalmente, che: "L'adolescente e' ciò' che la società gli consente di essere"; facendo trapelare l'idea di un'adolescente troppo assertivo e poco proattivo per entrare in discussione con genitori e società. Allo stesso modo, I sociologi Charmet e Rosci, sostengono che: " E''straordinariamente difficile distinguere per l'adolescente ciò che e'interno da ciò che e' esterno alla sua mente"; e, pertanto, gli adolescenti hanno bisogno di adulti al loro fianco che gli mostrino la differenza. Vi potrebbe interessare, con molta probabilità, la lettura dei due rispettivi saggi Il primo: "La famiglia tra le generazioni" del 1993; il secondo: "La seconda nascita" del 1991. adesso cerchiamo di spiegarci meglio!

PARLIAMONE

E’ difficile considerare l’ipotesi che un adolescente possa avere bisogno di “riprogrammare” la sua vita in un momento in cui la sta programmando; in cui, come sostiene Freud, la sua vita sta evolvendo verso la strutturazione adulta anche in base al contesto in cui vive e agli esempi degli adulti con cui si rapporta e che finiscono con il diventare, inevitabilmente, modelli comportamentali da imitare. Il caso di Stefania, come quello di altre ragazze e ragazzi della sua età, è quello di un’adolescente che vive ogni giorno il confronto, che diventa scontro, con sua madre e con la figura materna: una figura che, dall’essere di accudimento e contenimento delle sue derive psicologiche; diventa per Stefania un riferimento da imitare e superare. Ancora secondo Freud, infatti, si parla di Imagines del padre, della madre e dei fratelli, di cui quella del padre rimane comunque la più importante. L’impulso affettuoso e ostile verso il padre sussiste, infatti, per tutta la vita.

L’anelito di Stefania verso questo traguardo finisce gradualmente, ed impercettibilmente, col distorcere la percezione di se stessa e della sua immagine al punto che non riesce più ad incrociare il suo sguardo e la sua immagine nello specchio. Finisce con l’evitare addirittura di guardarsi pur di non constatare il cambiamento del suo corpo al passaggio del tempo, perché un siffatto cambiamento la obbliga a confrontarsi con sua madre e, ciò che è peggio, a subire una paralisi verbale e comportamentale tutte le volte che la disinvoltura della madre e la sua capacità di minimizzare e “non vedere” il suo problema; la fanno sentire ancora più insignificante e, come lei dice, “ invisibile”. Possiamo dire che l’atteggiamento di Stefania è quello dell’adolescente ascetica che, come ha teorizzato Anna Freud, si difende dalla realtà angosciosa dell’accettazione della sua immagine, attraverso la negazione stessa del suo bisogno corporeo di guardarsi nello specchio, secondo la definizione più psicologica che biologica data da Winnicot che ebbe il merito di aver sostituito alla pulsione freudiana il concetto di bisogno psicologico ed esistenziale. Di rimando, per suo padre, Stefania è bellissima e non ha nessun motivo per sentirsi insignificante e non meritevole d’attenzioni e corteggiamento: “Sei la mia principessa!”, le ha sempre detto questo babbo–mammo a cui Stefania è così legata.

Ebbene, cosa fa oggi, nell’era postmoderna e multimediale, di un adolescente una ragazza o un ragazzo soddisfatto della sua vita e in grado di progettare il suo futuro? Il fatto di aver provato sin da bambino, grazie alle cure materne, la sensazione di essere, una sensazione che il bambino sperimenta nel contatto con il corpo ed in particolare con il seno materno. Egli, infatti, essendo un’unità con la madre e percependosi come un tutt’uno con il suo corpo, ha bisogno di sentire un corpo che è, non un corpo che fa. L’esperienza della sensazione di essere permette al bambino di “sentirsi come”, mentre l’impossibilità di sperimentare tale sensazione porta il bambino a “dover fare come”. Una madre che risponde solo parzialmente, o non è affatto responsiva nei confronti dei bisogni del bambino, porta all’annichilimento dell’io e quindi alla costruzione di un Falso Sé, che costringe il bambino prima, e l’adolescente poi, a vivere secondo i ritmi della realtà esterna e non secondo i propri. Il Falso Sé, che nasconde il Vero Sé, è un Sé non autentico a cui il bambino e l’adolescente ricorrono per adattarsi all’ambiente e che può costituire la base per lo sviluppo di psicopatologie (continua).

Approfondiremo ancora questo argomento, ma intanto vi do appuntamento a lunedì prossimo, quando vi rivelerò alcuni consigli utili a gestire situazioni simili.
Per dire la vostra sul tema di oggi, lasciate pure un commento a questo post oppure inviate un messaggio privato utilizzando l'apposito form che trovate nel blog.
A lunedì!

Silvia De Luca counselor
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lunedì 12 agosto 2019

5 CONSIGLI PER UNA VITA DI COPPIA FELICE

Ricordate Alberto e Martina, i protagonisti della crisi di coppia del caso di lunedì scorso
Sono i nomi di fantasia dei componenti di una coppia reale che, con coraggio e spirito di autodeterminazione, hanno deciso di fare un percorso di counseling della riprogrammazione per scoprire i propri punti di debolezza ma anche i propri punti di forza; per indagare sull’accaduto e non per lasciarlo andare, per salvare quella quota d’amore che si erano scambiati e che meritava di essere valorizzata, non fosse altro che per farne un’esperienza fondamentale della loro vita, un’esperienza da raccontare.
Se in qualche modo vi siete sentiti coinvolti dal vissuto di Alberto e Martina, vi farà bene leggere e seguire i miei 5 consigli (e segreti!) per una felice, ed il più possibile solida, vita affettiva e di coppia:
  • Coltivate la comunicazione attraverso 3 importanti azioni: 
  1. parlare 
  2. ascoltare
  3. rispondere
Senza la comunicazione è facile che ci senta soli e suscettibili al tradimento. La coppia che non comunica, il più delle volte, si consuma e muore.
  • Coltivate il contatto con voi stessi, cioè con le vostre emozioni ed i vostri sentimenti e comunicateli al vostro partner, in modo che vi conosca profondamente e si senta libero di farsi conoscere profondamente da voi.
  • Coltivate il desiderio per la sessualità: sentirsi desiderati, attesi, cercati significa sentirsi importanti l’uno per l’altra e difendersi reciprocamente dalle minacce esterne. Più una coppia è sessualmente forte, più si difende dall’infedeltà.
  • Coltivate l’intimità, ovvero il reciproco scambio, e la condivisione di emozioni, sentimenti, desiderio sessuale e pensieri. Essere intimi è una conquista per la coppia e significa essere realmente fedeli e “trasparenti” ovvero essere profondamente se stessi.
  • Ed infine, non mancate di sentirvi un’anima sola con il partner. Ricordiamoci che l’immagine del partner che portiamo dentro di noi, è il risultato dell’amore che abbiamo ricevuto dai nostri programmatori (genitori); e l’amore, o la fedeltà, che siamo in grado di garantire, sono direttamente proporzionali alla quota di amore e fedeltà che abbiamo ricevuto.
Dire "ti amo"  non è mai superfluo né facoltativo! 

Buona condivisione.

Silvia De Luca counselor
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lunedì 5 agosto 2019

LA CRISI DI COPPIA NELL’ERA LIQUIDA

“Lo vuoi capire che non ti amo più e che ti ho sposata perché volevo una persona accanto a me ?!”

Con questa domanda, Alberto dichiara a Martina di non amarla più e le dà la sensazione di non averla mai amata.

PARLIAMONE

Una dichiarazione importante quella di Alberto, senza via d’uscita per Martina. Un punto d’arrivo per entrambi ma anche un punto di partenza e di “riprogrammazione”. Purtroppo, però, il più delle volte, non basta la consapevolezza per ripartire, non basta nemmeno saper soffrire e accettare di cominciare a vivere senza la persona amata. Non basta sperimentare il dramma del tradimento e dell’abbandono: ciò che serve è, innanzitutto, accogliere l’avvenimento nella propria vita come “evento possibile nell’era dei sentimenti liquidi” e dei rapporti allentati. I nostri sentimenti e le nostre relazioni sono, cioè, espressione del nostro tempo e della nostra condizione d’instabilità globale. Abbiamo bisogno di avere rapporti affettivi perché non tolleriamo la frustrazione della solitudine ma, al contempo, non sopportiamo rapporti stabili e impegnativi che possano limitare la nostra libertà e costringerci in qualche modo a progettare la nostra vita con un’altra persona.
Assurdo ma … è così!

Tra Alberto e Martina, chi è più fragile e chi più in grado di affrontare i legami duraturi? Forse nessuno dei due o forse entrambi. Ciò che è certo è che entrambi sono i protagonisti di un caso umano attuale, vero, assolutamente moderno e all’ordine del giorno. Alberto e Martina, sono, cioè, i poli di un legame fatto per rompersi, ossia un legame fatto per sciogliersi non appena le circostanze lo consentiranno perché questo è il presupposto e la caratteristica fondamentale della nostra epoca.

In questa fragilità, però, si può rinvenire anche il germe del cambiamento e/o dell’ulteriore trasformazione.
Se l’Uomo e la Donna del nostro tempo sono, parafrasando MUSIL “senza qualità”; è anche vero, però, che siamo difronte ad una nuova preistoria dei sentimenti e delle emozioni, una nuova generazione d’individui che hanno comunque bisogno di socializzare, procreare, amare.

Se BAUMAN avesse potuto continuare il suo lavoro di teorizzazione dei sentimenti e delle emozioni nell’epoca liquido-moderna, probabilmente avrebbe, da un lato, palesato il rischio concreto di evaporazione delle pulsioni ( amorose e sessuali) e, dall’altro, lanciato la sfida di una riprogrammazione psicobiologica ed esistenziale che ha proprio nei rapporti instabili la sua più grande opportunità di sopravvivenza! Ogni legame, infatti, se è instabile contiene anche l’energia necessaria per trasformarsi.

Alberto e Martina, dunque, devono lasciarsi e sperimentare l’ abbandono e la devastazione del lutto, per poter raggiungere un livello maggiore di consapevolezza, non tanto del loro fallimento di coppia ma di aver cercato nella coppia quelle sicurezze che individualmente non riuscivano a trovare.

Oggi Alberto e Martina sono separati ma non hanno smesso di progettare il loro futuro, facendo leva proprio sull’evento di crisi che li ha interessati.

Se in qualche modo vi sentite coinvolti dal vissuto di Alberto e Martina, vi do appuntamento a lunedì prossimo perché ho in serbo per voi 5 consigli (e segreti!) per una felice, ed il più possibile solida, vita affettiva e di coppia.
Se intanto avete domande o vi va di dire la vostra, lasciate un commento a questo post oppure inviate un messaggio privato utilizzando l'apposito form che trovate nel blog o utilizzate uno dei contatti indicati qui sotto.
A lunedì!

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