lunedì 21 ottobre 2019

7 CONSIGLI PER COMBATTERE L'INDIFFERENZA

Continuo a seguire Paoletta in consulenza nei suoi voli pindarici tra parole non sense e ricerca continua di soluzioni e rassicurazioni con la consapevolezza che Paoletta ha ragione… perché ha le sue ragioni. Certo, non ha ragione la sua aggressività, la sua origine nascosta; ma ha ragione il suo comportamento chiuso, timoroso, confuso.. Vediamo di spiegarci meglio con i consigli di questa settimana per combattere l’Indifferenza! 

• Ricomincia a rischiare, scendendo in campo: è nella vita reale che puoi mettere in discussione le tue convinzioni e trovare la soluzione a un problema, qualunque esso sia; 
• Esercita l’antica virtù di guardare negli occhi il tuo interlocutore con gentilezza, mitezza e tenerezza: servirà a metterlo a suo agio e a fargli sentire il tuo “calore”; 
• Parla sinceramente, parla per il tuo interlocutore, parla con il “cuore”: servirà a fargli sentire la tua predisposizione al dialogo e all’inclusione; 
• Fai gesti di prossimità capaci di elicitare, e cioè far emergere, la parte nascosta del tuo interlocutore: se ti è possibile, ed entro certi limiti, utilizza il tuo corpo e la tua gestualità per rassicurarlo; 
• Se ti è possibile vivi una vita più comunitaria e meno social, cercando di flettere la vita virtuale a quella reale (affronta di persona gli eventi pubblicati e condivisi sui Social e non accontentarti di una partecipazione virtuale): ritorna a metterci la faccia e le tue emozioni! 
• Se ti è possibile, entra in compartecipazione: scegli un gruppo la cui mission condividi ed impegnati anche a difenderla; 
• Occupati della tua fede politica e, se non ne hai una, cerca di avvicinarti alla politica e alla cittadinanza attiva: sarà molto utile per la comprensione delle tue ed altrui ragioni.

        
Se vuoi che l'altro comprenda l'importanza di averti vicino e s'interroghi sul tuo posto nel mondo, comincia ad accorciare la distanza!

Silvia De Luca counselor
tel. 370.3098866
e-mail: silviajoledeluca@gmail.com
https://www.kang.it/coaching/psicologia/silvia-counselor

lunedì 14 ottobre 2019

AUTISMO: TRA ORIGINE NASCOSTA E COMPORTAMENTO EVIDENTE

UN CASO DA RACCONTARE 

“Silvia, lo sai cosa è successo ieri?” Ed io:” Cosa è successo Paoletta?” Eh, adesso te lo racconto! Ieri papà si è molto arrabbiato e mi ha detto che se non la smetto di farmi del male, di graffiarmi e di mordermi; di fare del male a lui e agli altri, non mi porta più in ufficio da lui perché in ufficio ci sono le persone e non posso fare le fesserie” “Ma, secondo te, papà ha fatto bene a dirti questa cosa?” “Si, un po’ si” “E perché ha fatto bene?” “Perché le fesserie come mordere, sputare, dare i calci, graffiare non si fanno!” “E perché non si fanno?” “Non lo so…”. 
Il caso di Paoletta, questa settimana, ci tocca il cuore e ci riguarda un po’ tutti, chi più … chi meno. Perché Paoletta, a causa della sua forma di Autismo, gioca a fare la bambina e vive in una società sempre più ripiegata su se stessa, per certi versi egoistica ed individualistica; una società anch’essa, a suo modo, “autistica”.

PARLIAMONE 

Vi siete mai chiesti qual è il confine tra la normalità e l’anormalità? E, soprattutto, quale sia la migliore definizione della normalità? E’ davvero molto difficile parlando di esseri umani, o meglio, di persone e spesso il rischio che si corre è dare definizioni da manuale mentre la vita vera è un’altra faccenda! Soprattutto si è soliti mettere in relazione la normalità con la funzionalità e con la qualità degli obiettivi da raggiungere mentre la Natura, come fa con i suoi colori, ci offre un ventaglio di possibilità; una vasta gamma di modi di pensare, agire, funzionare e, perché no, amare. Qui, per amore, non s’intende solo il complesso delle strategie atte al raggiungimento dell’oggetto d’amore, ma s’intende anche la predisposizione innata, o acquisita, a provare il senso dell’Altro; ad immedesimarsi per comprendersi, ad immaginare l’altro oltre i suoi limiti e le sue paure. Difficile? Si, molto; ma, al tempo stesso, possibile e gratificante! Se appare arduo per un normale imparare ad amare nella società delle vite finte in cui viviamo, immaginiamoci però cosa può voler dire per Paoletta imparare ad interagire con qualcuno, cosiddetto normale, che non sa più cosa sia il vero amore perché ha lentamente sostituito la comunicazione affettiva con la comunicazione eterea ed anaffettiva; gli sguardi reali con le fotografie, le parole con il culto dei muscoli e con un cervello asfittico; l’Altro con un altro sé! Ma quale Sé? Forse uno molto simile a quello di Paoletta? La chiusura di Paoletta nel proprio scrigno di incomunicabilità potrebbe essere una reazione protettiva alla sua paura (patologica) di affrontare l’egoismo totale (fisiologico) di una società che, senza rendersene conto, produce soggetti autistici perché è essa stessa autistica ? Al punto che Paoletta mette fuori reazioni aberranti e antisociali, come l’aggressività, senza rendersene conto perché sente di doversi difendere da una società indifferente ed intenzionalmente resistente ? 

Non mancare al prossimo post, quello di lunedì prossimo, in cui troverai consigli utili per imparare a vincere l’Indifferenza… 
Nel frattempo, puoi riflettere commentare e, soprattutto, farmi domande sul Tema trattato in questo post. Ci servirà a costruire una comunicazione molto efficace.
Mentre se volessi parlarne direttamente con me, puoi richiedere una consulenza attraverso uno dei canali a tua disposizione o utilizzando il form della sezione CONTATTI!

Silvia De Luca counselor
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lunedì 7 ottobre 2019

5 CONSIGLI PER IMMEDESIMASI NELL'ALTRO

I miei consigli di oggi, ispirati al caso di Maddalena ed Emanuela, nomi di fantasia per persone reali, spero vi aiutino ad immedesimarvi nell’altro e a comprendere le ragioni che stanno alla base del suo comportamento, anche quando queste ragioni hanno influenzato la vostra vita ed il vostro modo di percepire voi stessi, il vostro corpo, le vostre relazioni interpersonali, i vostri progetti.
  • Immedesimarsi è un atto di grande riflessione e richiede attenzione e pazienza: dovete sforzarvi di arrivare alle ragioni dell’altro… un po’ come fa l’attore col suo personaggio
  • Dovete imparare ad usare un importante e sofisticato strumento capace di portarvi dalle ragioni ai sentimenti dell’altro, alle sue emozioni…questo strumento si chiama empatia e richiede che vi conosciate profondamente
  • E’ necessario rilassarsi per entrare in risonanza con l’altro, godere di un buon equilibrio corpo-mente capace di controllare i bisogni del proprio Io a vantaggio della relazione con l’altro
  • Pensare e ripensare alle proprie ragioni e alle proprie emozioni non vi porta all’immedesimazione e al superamento della paura dell’altro ma vi inchioda nei nostri freni psicologici, nei vostri miti e nei vostri tabù
  • L’esercizio del corpo e della creatività aiuta ad accordare le nostre istanze emotive e razionali con quelle dell’altro e a raggiungere un’armonia nelle differenze
Immedesimarsi nell'altro richiede innanzitutto un faticoso ma indispensabile lavoro di comprensione di noi stessi anche quando l'altro è parte integrante di noi...

Silvia De Luca counselor
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lunedì 30 settembre 2019

TI SEI MAI CHIESTO DOVE E QUANDO NASCE LA RELAZIONE GENITORI FIGLI?

UN CASO DA RACCONTARE

“Solo dopo qualche giorno dalla tua nascita, tenendoti tra le braccia, ti accettai e m’innamorai di te. Per tutti i 9 mesi della mia gravidanza, cercai di non pensarti, di vivere la mia vita come se tu non ci fossi e di non parlare di te. Ho vissuto nella paura di dover rivelare ai miei genitori che ero incinta, nonostante tuo padre ti desiderasse ed il nostro fosse un rapporto consolidato. Poi ho capito: non ti volevo perché dovevo sacrificare molto di me e della mia carriera; ed inoltre, eri anche una bambina”
Il caso di oggi può apparire sconvolgente e, per certi versi, lo è. E’ la storia di Maddalena e di Eleonora, sua figlia, una bambina indesiderata, una bambina che per quasi 6 mesi vive ignorata nel grembo materno.

PARLIAMONE

Come è possibile che una bambina viva per 9 lunghi mesi nel limbo del corpo materno, in quella stanza superconfortevole chiamata Utero senza entrare in relazione con chi volontariamente o involontariamente le ha permesso di accedervi? Nulla accade per caso e, anche quando è il caso a far accadere le cose, la Relazione s’impone. Ciò significa che non si può non comunicare! Si comunica con le parole, con i gesti, con carezze e porte sbattute, con le emozioni emerse e con quelle represse. Si comunica attraverso le Sinapsi e si comunica attraverso il silenzio.
Ma se la comunicazione nella vita extrauterina ha in se i suoi canali più o meno efficaci che rendono la nostra vita di relazione più o meno serena ed appagata; vi siete mai chiesti se esiste una relazione nella vita intrauterina e quali canali di comunicazione utilizza? E soprattutto, vi siete mai interrogati sull’istante spazio tempo in cui il contatto cellulare diventa contatto sociale e fa di noi soggetti recettivi? Ebbene, il fenomeno della sintonizzazione degli affetti è presente fin dalla vita intra-uterina del bambino 


Nella storia della complessa relazione tra Eleonora ed i suoi genitori, il rapporto sviluppatosi durante la vita intrauterina tra lei e sua madre attraverso il cordone che le teneva unite, ha condizionato il suo venire al mondo in circostanze insolite e rischiose per la vita di entrambe ma anche il seguito e l’inizio della sua vita nel mondo. Le difficoltà nel riconoscimento del ruolo di figlia, la difficoltà nella comunicazione dei bisogni, la difficoltà nella richiesta d’aiuto tutte le volte che quell’ “utero”, trasformato in società, la faceva sentire rifiutata e …ignorata. La realtà di Eleonora è ben diversa da quella che lei percepisce oggi: i suoi genitori oggi non le fanno mancare amore, conforto, solidarietà e condivisione ma il percorso di affermazione di se e di autodeterminazione che ha fatto con me è stato ed è un percorso di riprogrammazione esistenziale che ha origini lontane. Io e lei abbiamo ricreato le condizioni che un tempo le generarono disagio e dolore in un gioco di ruolo che è riuscito a mobilizzare le emozioni di entrambe, in un’interazione creativa e riprogrammante nella quale Emanuela ha rivestito il ruolo di sua madre ed io il suo.
Il role playing, il gioco di ruolo, è uno strumento esplorativo che mi capita spesso di utilizzare nell’indagine che svolgo sulla situazione attuale del mio Cliente: nel corso delle sue osservazioni cliniche e sociologiche, lo psichiatra austriaco J.L. Moreno mise in pratica questa fondamentale tecnica da lui stesso introdotta e poi utilizzata in diversi ambiti, primo fra tutti lo psicodramma.
E’ stato molto importante per Emanuela drammatizzare, cioè entrare nel ruolo di sua madre e vivere le sue emozioni per cercare di comprendere le motivazioni che potevano essere state alla base del suo modo di relazionarsi con lei ed è stato molto bello per lei, ed anche per me, che interpretavo il ruolo di Maddalena, riconoscere che la difficoltà non era legata ad una mancanza d’amore ma all’incapacità di riconoscersi nel ruolo di mamma e di assistere a quelle trasformazioni psicofisiche che ogni donna subisce con la gravidanza (continua)

Non mancare al prossimo post, quello di lunedì prossimo, in cui troverai consigli utili per imparare ad immedesimarsi e a passare nei panni dell’Altro …
Nel frattempo, puoi riflettere commentare e, soprattutto, farmi domande sul Tema trattato in questo post. Ci servirà a costruire una comunicazione molto efficace!

Silvia De Luca counselor
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lunedì 23 settembre 2019

CONSIGLI PER ALIMENTARE LA COMUNICAZIONE REALE

Francesco e Loredana, i protagonisti del caso che vi ho raccontato la scorsa settimana, e che come ogni volta sono nomi di fantasia per rappresentare il vissuto di persone reali; sono una coppia in stato di disagio che ha avuto il coraggio d’intraprendere un percorso di counseling, prima che il loro disagio degenerasse in una vera e propria psicopatologia: IAD per lui, PTSD per lei, due brutte conseguenze della mancanza di comunicazione reale.
Ecco i miei consigli per cercare di alimentare la comunicazione reale a tutti i livelli:
  • Non colpevolizzate l’uso della tecnologia digitale se nella vostra vita di relazione, a qualunque livello, non riuscite ad ascoltare, dialogare, empatizzare: se usata bene e nella giusta misura, questa tecnologia è al vostro servizio per facilitarvi la vita ma non è la vostra vita;
  • Sforzatevi d’individuare le ragioni della mancanza di comunicazione reale e chiedete a voi stessi che cosa emerge di voi nel virtuale che viene trattenuto nel reale? E soprattutto perché;
  • Non pensate che LA RETE sia un gioco, perché in rete è tutto vero! La rete è comunque un luogo in cui esistiamo ma non allo stesso modo che in un luogo reale;
  • Prima di chattare o postare, riflettete per almeno qualche secondo sull’uso delle vostre informazioni visto che le parole, come le immagini, raggiungono persone reali;
  • Le parole, nel virtuale come nel reale, hanno delle conseguenze: tenetene conto;
  • Selezionate le idee da condividere rispetto agli argomenti che conviene non discutere in ambienti virtuali.
E per finire, ricordate che, nel reale come nel virtuale, rimanere in silenzio non significa non comunicare!

Silvia De Luca counselor
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lunedì 16 settembre 2019

AMORE ON LINE: LE NUOVE FRONTIERE DEL CORTEGGIAMENTO NELL’ERA DI INTERNET

UN CASO DA RACCONTARE

Non ho provato emozioni e sentimenti, te lo giuro. Mi sono fatto prendere dalle parole e dal fatto che potevo dirle tutto quello che mi porto dentro mentre con te mi sento sempre giudicato! Alla fine è stata solo una storia di sesso. Io amo soltanto te!”
Le parole di Francesco, il protagonista del caso di questa settimana, possono essere pietre, macigni per Loredana, una moglie che improvvisamente si è sentita crollare il mondo addosso. Ma quale mondo?

PARLIAMONE

Oggi partiamo da una reminiscenza letteraria, una di quelle che fanno molto pensare. Carlo Levi, in: Le parole sono pietre (ed.Einaudi)descrive così il dolore di una donna che ha perso suo figlio assassinato dalla mafia : “…le lacrime non sono più lacrime ma parole e le parole sono pietre”.
Le parole, quelle che non utilizziamo quasi più, sempre più contratte e abbozzate, abbreviate per rimandare ogni vero discorso a tempi migliori; quelle che spendiamo sempre meno nella comunicazione reale per paura di essere deprivati del tempo e, quel che è peggio, delle nostre più intime emozioni; le parole che non vogliamo più cercare perché c’impegnano nella cura dei bisogni dell’altro, nella sua comprensione ed individuazione; le parole non dette, appunto, possono diventare in altre circostanze un potente strumento di suggestione e di coinvolgimento ipnotico dell’Altro; ed in generale di colui che custodisce in se stesso un grande bisogno di comunicare.
Perché, in ogni era e ad ogni età, comunicare è stato un bisogno primario che, in Homo Sapiens Sapiens, ha motivato l’evoluzione e ne ha rappresentato la spinta procreativa e rigenerativa. In un saggio intitolato: Sopravvivere all’evoluzione – Adattamento e psiche umana (ed. libreriauniversitaria), lo psicologo psicoterapeuta Mario Papadia afferma che l’evoluzione biologica non è un terminata per l’essere umano, e con essa la selezione naturale, ma afferma anche che l’evoluzione degli esseri umani contemporanei non è più principalmente di ordine biologico perché “…le trasformazioni tecnologiche e culturali predominano e hanno la meglio su quelle biologiche, al punto che vanificano gli effetti della selezione naturale”.
E allora, se Homo Sapiens diventa sempre più sapiens, che fine fa la comunicazione reale a cominciare da quella cellulare, ormonale, emozionale e pulsionale? Che fine fanno la comunicazione finalizzata alla procreazione ed il desiderio?
Per Francesco e Loredana, le parole sono state sempre più sostituite da interminabili silenzi interrotti da intermittenze, suoni allertanti e short message system (SMS), propri di un mondo virtuale in cui le parole vive e piene di desiderio e di fisicità, hanno ceduto il posto a parole vuote e senza corpo.
Di quale mondo stiamo parlando? Del cosiddetto mondo on line, che, con tutti i suoi meriti legati alla velocità d’informazione e di contatto; pone Homo Sapiens Sapiens difronte al grosso limite della comunicazione virtuale, una comunicazione nella quale l’accesso alle emozioni e ai sentimenti è filtrato dallo schermo ed ogni espressione degli stati d’animo finisce col diventare impersonale e “dissociante”, pur nel coinvolgimento reale dei soggetti comunicanti. Non si tratta, dunque, di esperienze fantastiche e navigazioni immaginarie, né di proiezioni della mente, ma di una nuova forma di dialogo e di coinvolgimento emotivo ed affettivo che può condurre, com’è accaduto a Francesco e Loredana, prima al tradimento on line e poi al tradimento reale, il tradimento off line. Fa pensare come il tradimento abbia comportato la compromissione della loro relazione matrimoniale e l’insorgenza di un senso di prostrazione ed abbandono in Francesco che lentamente è scivolato nello IAD (Internet Addiction Disorder) cioè quella dipendenza patologica dalla rete di cui ha parlato per la prima volta Ivan Goldberg, famoso psichiatra statunitense; e abbia condotto, invece, Loredana verso una forma depressiva molto simile alla PTSD (Disturbo Post Traumatico da Stress) che altro non è stata se non la sua reazione reale al tradimento subito, un vero e proprio lutto da elaborare. 
(continua)

Non mancare al prossimo post, quello di lunedì prossimo, in cui troverai un elenco di consigli utili a prevenire la Dipendenza Patologica dalla Rete.
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lunedì 9 settembre 2019

5 CONSIGLI PER PREVENIRE E AFFRONTARE I DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE

Hilde Bruchla psichiatra statunitense che più di tutti ha studiato la base psichica dell’anoressia mentale e di tutti i disturbi e disordini del comportamento alimentare, sosteneva che “le esperienze precoci sbagliate turbano la capacità di riconoscere le sensazioni di fame e sazietà e di distinguere la fame e lo stimolo del mangiare da altri segnali di malessere che nulla hanno a che fare con la privazione del cibo”.
Da questo dogma della Bruch, scaturiscono i miei consigli per la prevenzione e il contenimento dei DCA (Disturbi Comportamento Alimentare) che, vi ricordo, insorgono prevalentemente tra i 15 ed i 18 anni con maggiore frequenza nelle femmine benché, negli ultimi anni l’età d’esordio si sia abbassata a 8-10 anni e riguardi anche i maschi.
  • Assicuratevi sempre il dialogo e ravvivatelo a cominciare dall’età preadolescenziale: i ragazzi hanno bisogno di sentirsi ascoltati e rassicurati dalla famiglia. E’ molto interessante osservare quello che succede a tavola e imparare, da adulti e genitori, a distinguere i capricci, le paure passeggere e i gusti alimentari dei ragazzi dai sintomi di un disagio alimentare;
  • Impartite una buona educazione alimentare e quindi: mangiare in modo regolare per quantità e qualità degli alimenti; ed anche per modalità (non in piedi, non di fretta, non in disordine) se possibile coinvolgendo i più piccoli anche nella preparazione del pranzo e della tavola;
  • Scandite i momenti della giornata dedicati ai pasti, con orari regolari e scegliendo bene le pietanze;
  • Ricordatevi che il cibo non è un mezzo per sfogare la proprie emozioni ma dovrebbe sempre essere associato al buon umore , scegliendo i colori e le forme più consoni nella realizzazione delle pietanze, specialmente se a casa avete i bambini;
  • Cercate di vivere e mangiare all’aria aperta facendo attività fisica e sport, specialmente con i bambini senza però insistere molto sull’aspetto estetico perché sport e alimentazione sana sono sinonimi di benessere non di perfezione.
"Ogni persona con DCA trova la via d'uscita se riconosce di esere la sua porta e di potersi attraversare" (Mia Graziano).

Se hai domande o vuoi dire la tua, lascia un commento a questo post.

Silvia De Luca counselor
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